Di castelli…

Le architetture che ci si aspetterebbe di incontrare nel bolognese sono varie, ma quella che caratterizza Rocchetta Mattei esula decisamente dalla norma.

Percorrendo la strada statale 64 Porrettana, che da Bologna porta a Porretta Terme, giunti in comune di Grizzana Morandi, in cima ad una piccola altura, d’un tratto, compare un castello dalle fattezze orientaleggianti nella cui architettura si mescolano vari stili, dal moresco al medievale.

Fatto costruire nel 1850 dal Conte Cesare Mattei sulle rovine di una costruzione del 1200, ha subìto varie vicissitudini e nell’agosto di quest’anno, dopo un lungo periodo di restauro, è stato riaperto al pubblico con visite guidate nei fine settimana.

Per ulteriori notizie in merito inserisco il link a wikipedia relativo alla Rocchetta Mattei

A seguire qualche foto degli interni del castello, un luogo dove sarebbe bello girovagare senza doversi preoccupare del tempo, lasciandosi stupire da quello che ci si trova innanzi ogni volta che si oltrepassa una porta. I particolari insoliti e la cura degli allestimenti, accompagnano l’immaginazione a percepire quello che poteva essere per il conte, il suo castello. Fino ad immaginarlo a salire la scaletta che lo portava oltre la cupola della torre più alta, dove aveva fatto costruire una sorta di vedetta da cui dominare la valle.

Oppure quando si ritirava in preghiera, o forse anche solo a pensare o meditare nella cappella del castello, che ad entrarci sembra di subire un gap spaziotemporale e piombare nel bel mezzo di una strana moschea di Cordoba, ridisegnata da Escher.

O ancora nel suo studio, tra i giochi di luce delle vetrate, a riempire libri di fitti appunti, atti conservare i procedimenti per creare i suoi rimedi a base di piante, con i quali curare chi ne avesse avuto bisogno.

O semplicemente a girare nella sua dimora, ammirando statue, dipinti, lampardari, panorami o dettagli, come sarebbe tanto piaciuto fare a me per perdermi in quello strappo spaziotemporale lungo la statale 64 Porrettana….

 

Refrigerio

Il caldo di questo periodo stimola a ripercorrere itinerari sul vicino Appennino, in cui ritrovare un po’ di frescura. A pochi chilometri da casa, acque cristalline e gelide scivolano e rimbalzano tra i massi del greto del torrente, accompagnando il nostro camminare con il loro morbido scrosciare. I passi sono costanti e ci permettono di arrivare in tempi contenuti alla meta.

Lungo il percorso mi trovo a riflettere sul mio bisogno di frequentare questi luoghi da sola, con i miei tempi fatti di alternanza di cammino e soste. Per sentire, per osservare, per fotografare, per pensare.

Oggi mi godo la presenza delle compagne di camminata ma mi riprometto, a breve, di ritornarci da sola, con la macchina fotografica e l’intera giornata a disposizione per immergermi appieno nella bellezza di questo particolare angolo di natura.

 

Staccare un po’

Erano mesi che organizzavo e poi rimandavo questa visita ma finalmente, questa volta, non ci sono stati imprevisti a rovinare i programmi.

Padova è una città che mi piace moltissimo, dove è bello girovagare  visitando le infinite chiese, per poi fare una capatina al Palazzo della Ragione e ai mercati che lo affiancano e nel mio caso, all’Orto Botanico, tappa fissa ogni volta che capito in città.

In settembre sono state inaugurate le serre del “Giardino della Biodiversità” nel quale sono presenti più di mille specie a riprodurre alcuni ambienti caratteristici in cui queste piante vivono.

Le serre, lunghe 100 metri e alte fino a 18 metri, sono state costruite in modo da ridurre il più possibile l’impatto ambientale. Utilizzano tecnologie avanzate per il loro funzionamento e per mantenere costanti le caratteristiche climatiche dei diversi ambienti al loro interno, che vanno dalle foreste tropicali pluviali, alle zone aride.

E’ bello vedere le piante che noi comunemente definiamo “da appartamento” in in un allestimento che cerca di riprodurre i loro ambienti originari. Anche se una serra non è paragonabile alla foresta pluviale, il cercare di ricreare il più fedelmente possibile le caratteristiche climatiche, permette alle piante di riacquistare il loro aspetto naturale invece di essere quelle piante “da batteria” che troviamo in vendita anche nei supermercati e di cui molto spesso sappiamo ben poco. Osservare le orchidee e quello che è il loro vero portamento, mi fa guardare le piante sul mio comodino in modo un po’ diverso rispetto a prima. 

Le ninfee invece mi affascinano a prescindere. I colori, le forme e quel loro uscire dall’acqua e contemporaneamente riflettercisi dentro….

Capita anche di varcare la soglia di una delle serre e capire istintivamente che siamo nel regno del caffè a causa di un pungente odore di caffè verde. Ed in effetti anche gli odori e i profumi possono in parte guidarci in questo viaggio, all’interno di questa enorme teca trasparente.

Per una visita più completa ed approfondita è possibile scaricare un’app sul cellulare che ci guida lungo i vari percorsi previsti. Negli spazi e corridoi attorno alle serre ci sono pannelli informativi e allestimenti multimediali che illustrano usi e caratteristiche delle piante presenti.

Inoltre sono stati creati degli spazi attrezzati con dove è possibile utilizzare strumentazioni apposite (es. microscopi) in cui le scolaresche vengono introdotte all’osservazione botanica attraverso attività di laboratorio.

Oltre a tutto ciò, c’è anche il resto dell’orto botanico che di per sè merita una lunga visita per chi ami la botanica e le piante. Qui sotto i link al sito ufficiale. E buona visita… 🙂

  http://www.ortobotanicopd.it/it/multimedia

http://www.ortobotanicopd.it

 

La chiesetta della Madonna del Rio

Oggi sono tornata in un luogo scoperto per caso qualche anno fa.

Guidando lungo la strada sul crinale di una collina, circondata solo da campi e qualche rado boschetto, si incontra, quasi come se fosse stato perso, un cartello che indica il Santuario della Madonna del Rio.

Seguendo l’indicazione si intraprende una ripida discesa che, perpendicolare alle isoipse, porta velocemente verso la base della collina.

Dopo un percorso di circa venti minuti lungo quello che in triestino verrebbe serenamente definito un “grembano” più che un sentiero, tra i rami del bosco misto di frassini e roverelle si intravvede una costruzione. Quello scorcio dà una strana sensazione, quasi come scoprire qualcosa di inaspettato, insolito per il luogo dove ci si trova.

Una grande roverella sovrasta, quasi a volerla proteggere, la chiesa. Mi fermo a guardare l’insieme mentre il profumo dei frassini in fiore, reso più intenso dal caldo del sole pomeridiano, penetra nelle narici. La curiosità di vedere l’interno ha il sopravvento e varco la porta socchiusa.

Il pavimento della chiesa è un fitto tappeto verde di primule selvatiche, giovani piantine di sambuco, viole, melissa ed altre erbe. Il tetto è l’azzurro intenso del cielo, interrotto da due strette volte di mattoni e dai frassini cresciuti sulla sommità dei muri. In fondo, al centro di quel che resta dell’abside, una piccola immagine in ceramica della Madonna con il bambino.

Si narra che l’immagine in ceramica della Madonna del Rio, venne ritrovata nel 1638 nel letto del torrente dal proprietario del fondo. Sulla ceramica pare ci fosse incisa la stessa data del ritrovamento. Inizialmente fu appesa ad una quercia ma con il tempo, in seguito alle molte grazie concesse, venne costruita dapprima una piccola cappella e in seguito il santuario. Attualmente l’immagine dell’abside è una copia.

 

Mi siedo in un angolo vicino all’abside da dove posso osservare sia l’immagine della Madonna con il bambino, sia il cielo con quelle due strette volte, il campanile e i frassini, le cui radici sono aggrappate parecchi metri sopra la mia testa. 

Tra queste mura c’è quiete. E’ come un luogo senza tempo in cui si viene avvolti da una profonda serenità. Rimango in silenzio e mi godo queste sensazioni finchè sento che è giunta l’ora di andare.

Un ultimo sguardo alla chiesa dal campo che la costeggia e poi la lenta risalita lungo il “grembano”, fino a raggiungere la strada sulla sommità della collina di fronte.

Piazza Unità

Il tempo passato a Trieste è stato brevissimo. Alcuni giorni intensi, in cui ho cercato di mediare tra i bisogni di mamma e zie di stare insieme e i ritagli di tempo in cui dedicare alcuni spazi a me.

Quello a cui non riesco a rinunciare ogni volta che ritorno a Trieste è una visita serale a Piazza Unità. E’ la piazza principale della città. Su tre dei suoi lati si affacciano palazzi in pietra chiara, illuminati in modo suggestivo. Il quarto lato dà sul mare, permettendo, nei giorni di cielo limpido e terso, di ammirare le montagne delle Alpi Carniche.

Nel periodo natalizio le luminarie delle festività rendono, a volte, quest’ampia piazza ancora più suggestiva. Dopo una certa ora il flusso di persone cala e allora fermarsi al centro e darsi il tempo di osservare tutto il bello che ci attornia è come farsi un regalo.

Nell’angolo vicino al palazzo del Municipio viene allestito l’albero di Natale con le luci e il presepe. A fargli da sfondo Palazzo Stratti, dal quale la statua che simboleggia la città di Trieste e la civetta che rappresenta la ragione e le tenebre, dominano incontrastate.

Davanti al municipio c’è la fontana dei quattro Continenti. Quattro e non cinque in quanto costruita a metà del 1700 quando l’Oceania non era ancora stata scoperta e considerata un continente dagli europei. Quattro statue, a rappresentare Asia, Africa, America ed Europa e più in alto, una figura alata a simbolo della città.

Dal lato opposto al Palazzo Stratti c’è il Palazzo del Lloyd, in stile rinascimentale, costruito nella seconda metà del 1800. All’epoca era il Palazzo del Lloyd Austriaco di Navigazione. Ai due lati della facciata ci sono due nicchie nelle quali troviamo raffigurate le statue di Teti, custode dell’acqua dolce e Venere dell’acqua salata. Ormai sono soltanto statue ma in passato erano due fontane da cui sgorgavano rispettivamente acqua dolce e acqua salata che veniva recuperata con un sistema di pompaggio dal mare.

Prima di rientrare a casa ho rimirato ancora un po’ la piazza dalla cima del molo Audace e i ricordi sono andati al Natale di qualche anno fa in cui l’illuminazione e l’allestimento erano diversi e nell’aria si diffondevano le musiche dei valzer di Strauss. Ed è con le immagini di quell’atmosfera magica che voglio concludere questo post.

San Nicolò

Mi hanno chiesto di andare a fotografare un’icona conservata nella chiesa Greco ortodossa di San Nicolò a Trieste. La chiesa, in stile neoclassico, è stata costruita nella seconda metà del 1700. E’ situata sulle rive, affacciata sul golfo e la sobrietà della facciata potrebbe farla passare quasi inosservata, se non fosse per i due campanili gemelli.

Varco la cancellata e attraverso il breve tratto che mi separa dalla porta. Mi accoglie la targa con scritte bilingue scolpite nel marmo bianco e sulla porta, la scritta “tirare” in italiano e greco. Questa chiesa mi piace già…

Entro, la luce è soffusa. D’un tratto è come fare un salto in un’altra epoca. Il traffico concitato delle rive svanisce e vengo avvolta dal profumo dell’incenso e dalle voci di canti di monaci greco ortodossi che risuonano sommessi.

L’interno della chiesa è a navata unica, ricca, ricchissima di dipinti e icone. Alla mia destra ci sono alcune candele accese. Sono quelle che a me piacciono tanto, lunghe, sottili fatte ancora di cera d’api. Ne accendo una e rimango lì a guardarmi attorno. Non c’è nessuno. Chiudo gli occhi, odoro l’incenso e lascio che i canti risuonino.

Dopo alcuni minuti riapro gli occhi e vedo un movimento dietro gli scranni. C’è un ragazzo che “bada” la chiesa durante il periodo di apertura al pubblico. A Trieste viene chiamato “nonzolo” (dal latino nuntius), di fatto è il sacrestano.

Gli chiedo se posso fare delle foto e poi inizio a cercare l’icona. A me piacciono le chiese spoglie e questa è esattamente l’opposto, ma ci sono dipinti e icone che, presi singolarmente, sono veramente belli.

E’ stato un piacere passare del tempo in questo luogo ad ascoltare, sentire e vedere.

Mare

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Quando una persona nasce e passa buona parte della sua vita in una città di mare e poi si trasferisce altrove, lontano da QUEL mare, va da sè che prima o poi ne sentirà nostalgia.

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Non parlo del mare “estivo” ma di quel mare che accompagna ogni giornata dell’anno determinando, con carattere, il paesaggio, gli odori, la percezione dell’aria, senza parlare del vento…QUEL vento…la Bora!

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E le tempeste! QUELLE  tempeste che arrivano cupe, con il vento forte che le precede scompigliandoti tutti i capelli e che mi piaceva vedere arrivare dall’alto, fin quando la pioggia a grossi goccioloni iniziava a bagnarmi.

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E il vento di Scirocco che a Barcola spinge con forza le onde contro la riva, facendo balzare verso l’alto altissimi sbuffi di acqua e schiuma.

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Ecco, quando si nasce in una città di mare com’è Trieste e poi, anche se per scelta, ci si allontana, ogni tanto si sente il bisogno di richiamare QUEL mare, di ricordarlo, in attesa di tornarci per salutarlo e lasciarsi cullare….

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