Insofferenze

Non so se è perchè sono più insofferente del solito o perchè d’estate, complici le ferie e le giornate più lunghe, la gente si annoia e quindi si sente libera di allargarsi più del dovuto. Fatto sta che ultimamente mi capita più spesso del solito di imbattermi in discussioni, manifestazioni, esternazioni che definiscono quello che è giusto da quello che è sbagliato.

A me piace avere l’opportunità di parlare con persone che hanno avuto esperienze diverse dalle mie e che quindi mi possono trasmettere punti di vista altrettanto diversi. Nessuno che cerca di convincere l’altro di avere ragione, ma semplicemente raccontare il nostro punto di vista spiegandone le ragioni e ascoltare quelle dell’altro. Molto spesso questo tipo di scambio permette di inserire nelle proprie credenze delle idee nuove, diverse, che ci aiutano a mutare, a ragionare e ci portano lentamente al cambiamento. Questo tipo di scambio però presuppone intelligenza e rispetto dell’altro…e pare sia merce rara di questi tempi…

Diverso è aver a che fare con persone o gruppi di persone che, forti delle loro convinzioni, pensano di essere le uniche ad essere nel giusto mentre chi non la pensa come loro viene innanzi tutto giudicato e poi deve essere redento o ridotto ai minimi termini.

E qui scatta la mia insofferenza. Non nelle idee che qualcuno può esternare ma nel modo di imporle come se fossero la verità assoluta e con l’arroganza di decidere anche per gli altri quello che è giusto o sbagliato.

Se vedo nello sguardo di due persone un sentimento di amore che le lega, perchè devo sentirmi in diritto di giudicare e condannare, se per caso sono dello stesso sesso? Quello riguarda solo loro. Mentre io posso scegliere (avendone la capacità, ma la quotidianità dimostra che non è scontato) di cogliere, per esempio la dolcezza nei loro sguardi.

Se una persona ha una malattia incurabile e ad un certo punto decide in autonomia per l’eutanasia, penso che NESSUNO abbia il diritto di intromettersi per impedirglielo. Magari parlarci insieme per aiutarla a valutare fino in fondo la scelta, ma non di impedirglielo.

A me viene naturale praticare il vivi e lascia vivere. Fermo restando che regole e paletti siano necessari, ci sono anche argomenti nei quali ritengo che nessuno abbia il diritto di venirmi a dire come posso o non posso comportarmi. E quando questo succede la mia insofferenza si fa sentire.

 

Annunci

23 thoughts on “Insofferenze

  1. Drimer ha detto:

    Esprimerci senza dover saltare steccati di filo spinato…brava.

  2. pjperissinotto ha detto:

    Mi piace questo articolo. Mette in primo piano il rispetto e l’ascolto, forse i due ingredienti più apprezzabili nell’interazione umana. A me, quando incontro il dialogo con persone impositive, si sviluppa naturalmente un indole più orientata all’indifferenza che alla insofferenza. Mi sembra sia uno strumento emotivo più efficace per smorzare lo spirito di sopraffazione tipico di alcune persone arroganti.
    Ma questa sull’uso dell’indifferenza è solo una sfumatura personale.

    • Nuzk ha detto:

      Di fatto l’indifferenza sarebbe la risposta migliore ma non sempre mi riesce. Quando qualcuno vuole decidere o dirmi come gestire parti della mia vita che riguardano soltanto me, scatta l’insofferenza come prima opzione e come seconda, se la persona insiste, accantono quella parvenza di diplomazia che ho e in modo cortese ma chiaro e diretto, le illustro il concetto di “fatti miei”. Diverso è per discorsi generali. In quel caso sono d’accordo con te.Non vale la pena neppure perdere tempo a rispondere perchè ritengo che si possa scegliere anche sulle modalità con cui permettere alle persone di rivolgersi a noi.

      • pjperissinotto ha detto:

        E’ una giustissima osservazione. Quando l’arroganza dell’imposizione si muove entro il perimetro dell’invadenza personale è vano resistere alla insofferenza. Anzi l’insofferenza è lo strumento giusto per trattare chi abbiamo davanti. Condivido perfettamente la tua osservazione.

      • Nuzk ha detto:

        Esiste uno spazio vitale che vivo come “il mio territorio” entro il quale ritengo di essere io l’unica a stabilire i paletti. Ecco, quando mi si invade quel territorio scatta l’insofferenza. Questo non significa che la debba manifestare verso l’esterno ma senz’altro la sento dentro di me.

  3. lauraluna ha detto:

    Quello che hai scritto è più che vero : un conto è avere idee diverse, un conto è avere sempre la presunzione di essere depositari di verità assolute. Il confronto è necessario ed utile, può servire a farci ragionare meglio, ciò non significa affatto che cambiamo idea con facilità, ma che siamo aperti e disponibili .
    Per quanto riguarda i tuoi esempi, mi trovi d’accordo, ognuno ha diritto alla propria intimità e dignità.

    • Nuzk ha detto:

      Molto spesso è proprio sulle modalità che divento insofferente. Penso che nelle idee diverse dalle mie ci possa sempre essere qualche spunto aggiuntivo. Ma ci deve essere uno scambio e non un’imposizione.

  4. Maurizio Vagnozzi ha detto:

    Hai ragione: tutti dovremmo fare esercizi di rispetto verso gli altri

    • Nuzk ha detto:

      Già e che a volte ce ne dimentichiamo.Prima di aprire bocca a volte faremmo meglio a metterci neipanni dell’altro e vedere le cose da quel punto di vista. Quando lo faccio vedo che mi aiuta molto….Un abbraccio Mau

  5. leparoledinessuno ha detto:

    Condivido completamente il tuo pensiero.

  6. mia_euridice ha detto:

    Immagino che la tua insofferenza somigli alla mia.
    Però, in certi contesti e con certe persone, non posso esimermi.
    Ed allora divento sarcastica, quasi feroce.
    Ma come si fa a non esserlo al cospetto di determinata ottusità?
    Abbi pazienza…

    • Nuzk ha detto:

      Per mia natura tendo a evitare gli scontri. Con il tempo mi sono ammorbidita molto, lasciando da parte il sarcasmo, che non mi mancava. Quando posso evito direttamente i contesti e le persone lasciando che seguano beatamente la loro strada.

  7. massimolegnani ha detto:

    pienamente d’accordo. insopportabili quelli che brandiscono le proprie convinzioni come un randello da calare sulla testa di chi la pensa diversamente.
    suggestivo quel filo spinato sul grano.
    ml

    • Nuzk ha detto:

      Ciao Massimo, mi avevano colpita i colori del grano e del cielo e quel filo spinato che contrastava. Indubbiamente trovando un contesto adatto la foto si carica di significati diversi.

  8. La il@ ha detto:

    Hai perfettamente ragione, e ha motivo di esserci, questa tua insofferenza.

  9. TADS ha detto:

    appunto, il mondo è pieno di “umarells”, 😀
    il tuo post è molto sentito, mi piace, personalmente ignoro quello che non mi interessa e il mio limite di indifferenza è strettamente proporzionale all’invadenza. Di sopportazione neanche ne parlo, non ho l’indole del martire.

  10. Paolo Astrua ha detto:

    Ciao Nuzk. Avevo molta voglia di scriverti. Ieri sera tentavo di scrivere qualcosa in risposta al tuo articolo molto interessante e che mi ha fatto riflettere. Purtroppo la stanchezza mi ha permesso a mala pena di scrivere confuse frasi che rispecchiavano pensieri ancor più confusi. Ora, in parte più lucidamente, mi piacerebbe riflettere su di un concetto che mi affascina e che studio da anni associandolo alla pratica quotidiana del buddismo (che da più di vent’anni accompagna la mia vita) tentando di farne continua esperienza. Il concetto è quello di esho-funi, ossia di non dualità tra io e ambiente. Ossia l’ambiente in qualche maniera, secondo il buddismo giapponese di Nichiren Daishonin, fa da specchio alla propria interiorità e non è separato da me, bensì è una parte di me. Noi spesso abbiamo la tendenza a vedere nell’altro interlocutore un elemento esterno, distaccato da noi…e questo è più che comprensibile perché fisicamente lo è. Però, sempre usando un’allegoria buddista, fa parte di un cosmo in cui tutto è concatenato come in una grande rete, dove se si muove un capo di questa tutto il resto oscillerà creando una immediatezza tra causa ed effetto. Tutto questo per dire che, per me, è stato uno spunto interessante vedere che a volte l’invadenza oggettiva di certe persone o il loro maldestro tentativo di insegnarci la vita sono una causa che va a toccare alcune nostre profonde sofferenze che magari, come effetto, traduciamo in insofferenza. L’ideale sarebbe che la persona impositiva e scocciante che ci troviamo di fronte non ci crei nessun disturbo o disagio, ma ci faccia sorridere quasi con simpatia e condivisione…perché in qualche momento della vita sarà capitato anche a noi di essere stati un po’ troppo insistenti 🙂 . Quello che scrivevi tu in risposta a Maurizio l’ho trovato un esercizio molto importante, almeno da provare quando ce ne ricordiamo, ossia di mettersi nei panni dell’altro. Spesso io me ne dimentico. Fermo restando che in certi momenti è importante che ci proteggiamo dagli attacchi altrui con un deciso ma gentile “No grazie”.
    Spero di non averti annoiato con questa mia lunga considerazione ma ci tenevo a condividere la mia idea con te. Non è facile rapportarsi con alcune persone a volte e credo che anche questo fatto ci accomuni tutti! Un saluto. A presto!

    • Nuzk ha detto:

      Carissimo Paolo, molto bello questo tuo commento.
      Sulla non dualità tra me e l’ambiente sono d’accordo. L’ambiente in cui vivo è parte di me ed io sono parte di lui. Ed entrambi ci influenziamo. Il come io mi pongo nei confronti di questo ambiente mi può permettere di modificarne le condizioni così come il subirlo in maniera automatica, condiziona il mio modo di sentire e sentirmi. Credo che il punto sia l’identificazione con noi stessi e quello che ci circonda e che non ci permette di creare quel distacco di presenza in cui “si manifesta” l’osservatore. Penso che il nostro sistema sia strutturato per sopravvivere. L’essere presenti a se stessi è un’azione che noi dobbiamo compiere e per quel che mi riguarda, lo dimentico spesso.
      Mettersi al posto dell’altro cercando di sentire e interpretarne le emozioni è un modo per rompere in qualche modo i miei schemi per cercare di rispondere all’altro invece di reagire automaticamente. Ed è mettendomi nei panni dell’altro che in genere l’insofferenza diventa una sorta di compassione e accettazione dell’altro. Ma spesso me ne dimentico e non mi accorgo che l’altro potrebbe essere per me uno specchio.
      Rimane comunque il fatto che non riesco ad accettare alcuni paletti. Non a caso ho scelto l’eutanasia e l’amore per l’altro. Quando si tratta di cose che di fondo non pesano sugli altri (se non per la paura che in loro si può generare) voglio essere libera di gestirmele seguendo il mio sentire ed estraggo la sciabola se qualcuno si intromette tra me e me. Purtroppo per gli altri, la morte la vivo come una trasformazione e non come una fine e quindi non la vivo come un tabù da evitare ma come un punto di passaggio da accogliere quando arriverà quel momento. A presto Paolo.

      • Paolo Astrua ha detto:

        Non potrei trovarmi più d’accordo di così, 🙂 soprattutto per le questioni della presenza a se stessi (lotta continua per “sentirmi”, dico io) e del rapporto con la morte come di un naturale passaggio di stato. La cosa bella, per me, è che possiamo sempre migliorare come esseri umani! Davvero un piacere le tue parole in mia risposta! Una buona serata. A presto Nuzk. Paolo.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...