Promemoria

24 maggio, da 3 giorni piove ininterrottamente, la temperatura è scesa a 11 gradi. Mentre cammino con i cani, nell’aria si sente un buon profumo di legna bruciata. Chi ha la stufa, ha ben pensato di accenderla per togliere un po’ dell’umido accumulato in questi giorni. Lungo la ciclabile l’acqua, scorrendo, ha creato giochi di forme e colori con i materiali che ha raccolto lungo il suo percorso. Mi fermo a guardare i fiori di ligustro accatastato contro gli steli delle graminacee.

Ritorno a casa nel tepore della stufa accesa. Di questi climi insoliti mi piace, ogni tanto, prendere nota per confrontarli con gli anni passati e a venire. Un promemoria di giornate diverse in cui c’è sempre e comunque qualcosa di piacevole da osservare.

Strategie

Cammino lungo la strada bianca. Il campo che sto costeggiando è punteggiato da ciuffi rossi di papaveri. L’anno scorso i papaveri erano diluiti nel giallo paglierino del grano ma quest’anno, dopo la piena di settembre, il campo non è stato arato e riseminato completamente.

Lascio che il mio sguardo venga attratto dalla capsula di un papavero ormai sfiorito. Mi fermo ad osservarla. Mi sono sempre piaciuti questi porta-semi. Adesso è ancora verde e al suo interno centinaia di semi stanno lentamente maturando. Con il tempo, sotto al “coperchio” (disco stimmatico) si apriranno dei fori attraverso i quali i semi potranno uscire un po’ alla volta, quando il vento scuoterà per bene la capsula. Ogni pianta di papavero riesce a produrre fino a 40.000 semi in una stagione.

Proseguo.

Anche se siamo ancora nel pieno delle fioriture primaverili, alcune piante stanno già concludendo il loro ciclo riproduttivo con la diffusione dei semi, ognuna con le sue strategie.

Al margine del sentiero c’è uno stelo di tarassaco che, una volta impollinato dalle api, ha trasformato i suoi fiori in semi, in grado di essere trasportati anche a grandi distanze dalla pianta madre. Infatti ogni seme è dotato di un piccolo e leggerissimo ombrellino (pappo) che, complice il vento, può essere sollevato e accompagnato dalle correnti, in altri luoghi. Questa mattina l’umidità ha trasformato i pappi in ciuffetti fradici, ma basterà un po’ di sole a farli aprire.

Attorno al tarassaco c’è una specie di bambagia bianca. All’interno si trovano i minuti semi dei pioppi che, una volta maturi, vengono trasportati anch’essi dal vento a distanze di chilometri. Un pomeriggio affacciandomi sulla porta di casa ho visto migliaia di batuffoli bianchi evidenziati dal controluce con il sole, riempire l’aria, mentre venivano sospinti dalla brezza di valle verso la sommità della collina.

Sono arrivata al termine della passeggiata. Ancora una volta il mio sguardo è attratto da una pianta, un geranio selvatico ormai sfiorito e che ha già diffuso i suoi semi. In questo caso non è il vento il protagonista della dispersione dei semi, ma la stessa pianta. Quando è maturo, il frutto si apre, per igroscopia, in cinque parti, ognuna delle quali contiene un solo seme. L’apertura improvvisa lancia lontano dalla pianta il seme mentre sul frutto rimangono cinque riccioli vuoti, uniti all’asse centrale.

Effimere

La Natura rappresenta per me l’opportunità di potermi stupire sempre, ogni giorno, anche rimanendo tutto l’anno nello stesso luogo e camminando lungo lo stesso sentiero. Non ci sarà mai un giorno uguale ad un altro, un paesaggio che si ripete, una stagione già vista.

Lo sguardo ormai si è affinato ad osservare tutto come fosse la prima volta, non dando nulla, neanche l’erba, per scontata. E questo, che per me è naturale, mi porta a vedere particolari nuovi continuamente.

Una cosa alla quale non riesco a rinunciare sono i controluce, quelli del sole radente dell’alba. E’ nei controluce, nell’esaltazione delle forme, delle silhouettes, che i dettagli spiccano all’occhio.

Stamattina, mentre camminavo ammirando le graminacee che ondeggiavano al vento, illuminate dal sole appena sorto, il mio sguardo è stato attratto da un insetto: un’effimera se ne stava aggrappata in cima allo scapo sfiorito di una barba di becco.

Ephemera danica in cima allo stelo sfiorito di Tragopogon porrifolius comunemente chiamato barba di becco

Quest’esile insetto passa quasi tutta la sua vita in forma di larva acquatica (due o tre anni). Una volta uscito dall’acqua, la sua vita è brevissima (da cui il nome ephemeros = “che vive un giorno”). Stamattina il mio sguardo ne ha incontrato uno e ovviamente non ho potuto fare a meno di fermarmi ad osservarlo e ad immortalarlo.

Per ulteriori approfondimenti  di seguito i link di wikipedia relativi agli Ephemeroptera e Tragopogon.

http://it.wikipedia.org/wiki/Ephemeroptera

http://it.wikipedia.org/wiki/Tragopogon

Fienagione

Domenica pomeriggio. Il cielo è finalmente limpido e la giornata è calda. Mi siedo sotto al portico a leggere, prima di iniziare con altri lavori. Venerdì hanno tagliato l’erba, ormai alta, nel campo sopra casa e il profumo di fieno al sole, arriva intenso. Dopo poco sento il rumore di un trattore: è il figlio dell’allevatore che è venuto a girare l’erba per fare i baloni.

Un maschio di albanella minore ne approfitta per cercare qualcosa da mangiare. Quest’anno ci sono  molti topi campagnoli ed arvicole. Dopo poco l’albanella scende rapidamente fino a terra e quando si rialza in volo, stringe qualcosa in una zampa. La caccia ha avuto un buon esito.

Man mano che il trattore passa nel campo, si formano i cordoni di fieno da raccogliere.

Entro sera 11 baloni faranno bella mostra di sè su un lato del campo.