Una piccola serra

Non posso dire di avere una particolare capacità nella coltivazione delle piante però mi piacciono molto. Detesto i fiori recisi ma in casa non riesco a stare se non ci sono piante vive, è come se mi mancasse l’aria.

Nel tempo ho selezionato le specie capaci di sopravvivere alle mie disattenzioni regalandomi, allo stesso tempo, la bellezza delle loro fioriture o del loro integrarsi nei vari ambienti. E così, anche se la mia casa non è particolarmente luminosa, un po’ di piante sono riuscita ad inserirle comunque.

Ho una predilizione per le orchidee e alcune specie sono decisamente di facile coltivazione. Le Phalaenopsis in particolare si sono rivelate piante estremamente adattabili e ricambiano le poche attenzioni richieste, con splendide e lunghissime fioriture.

Così, nel tempo, ogni volta che in negozio capitava un’offerta in cui venivano vendute a pochi euro, un vaso mi rimaneva attaccato alle mani…

Il comodino a lato del mio letto, davanti alla finestra, è diventato il loro regno trasformandosi in una piccola serra e ogni mattina quando apro gli occhi e ogni sera prima di chiuderli, mi trovo ad  osservarle. Lascio scorrere lo sguardo lungo i loro petali e rimango affascinata dai loro colori e da come sfumino uno nell’altro.

E quando durante il giorno salgo in camera mentre il sole le illumina, mi fermo ad osservarle, per il piacere che il loro essere belle mi dà.

 

 

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La chiesetta della Madonna del Rio

Oggi sono tornata in un luogo scoperto per caso qualche anno fa.

Guidando lungo la strada sul crinale di una collina, circondata solo da campi e qualche rado boschetto, si incontra, quasi come se fosse stato perso, un cartello che indica il Santuario della Madonna del Rio.

Seguendo l’indicazione si intraprende una ripida discesa che, perpendicolare alle isoipse, porta velocemente verso la base della collina.

Dopo un percorso di circa venti minuti lungo quello che in triestino verrebbe serenamente definito un “grembano” più che un sentiero, tra i rami del bosco misto di frassini e roverelle si intravvede una costruzione. Quello scorcio dà una strana sensazione, quasi come scoprire qualcosa di inaspettato, insolito per il luogo dove ci si trova.

Una grande roverella sovrasta, quasi a volerla proteggere, la chiesa. Mi fermo a guardare l’insieme mentre il profumo dei frassini in fiore, reso più intenso dal caldo del sole pomeridiano, penetra nelle narici. La curiosità di vedere l’interno ha il sopravvento e varco la porta socchiusa.

Il pavimento della chiesa è un fitto tappeto verde di primule selvatiche, giovani piantine di sambuco, viole, melissa ed altre erbe. Il tetto è l’azzurro intenso del cielo, interrotto da due strette volte di mattoni e dai frassini cresciuti sulla sommità dei muri. In fondo, al centro di quel che resta dell’abside, una piccola immagine in ceramica della Madonna con il bambino.

Si narra che l’immagine in ceramica della Madonna del Rio, venne ritrovata nel 1638 nel letto del torrente dal proprietario del fondo. Sulla ceramica pare ci fosse incisa la stessa data del ritrovamento. Inizialmente fu appesa ad una quercia ma con il tempo, in seguito alle molte grazie concesse, venne costruita dapprima una piccola cappella e in seguito il santuario. Attualmente l’immagine dell’abside è una copia.

 

Mi siedo in un angolo vicino all’abside da dove posso osservare sia l’immagine della Madonna con il bambino, sia il cielo con quelle due strette volte, il campanile e i frassini, le cui radici sono aggrappate parecchi metri sopra la mia testa. 

Tra queste mura c’è quiete. E’ come un luogo senza tempo in cui si viene avvolti da una profonda serenità. Rimango in silenzio e mi godo queste sensazioni finchè sento che è giunta l’ora di andare.

Un ultimo sguardo alla chiesa dal campo che la costeggia e poi la lenta risalita lungo il “grembano”, fino a raggiungere la strada sulla sommità della collina di fronte.

Perchè mi piace alzarmi all’alba…

Quando suona la sveglia, in questi giorni, è ancora buio. Quasi sempre sono sveglia prima di lei e la spengo appena inizia la sua debole melodia.

Quando un lieve chiarore inizia a farsi strada nel buio, dall’esterno cominciano a risuonare i canti degli uccelli. Ognuno con il suo ritornello e tutti assieme in un concerto scomposto ma armonioso, che annuncia il nuovo giorno. E io rimango lì, in silenzio, con la tazza di caffè in mano ad ascoltare.

Poi, molto prima che il sole faccia capolino da dietro la collina, esco per la passeggiata con i cani. Tranne d’inverno, quando buona parte della camminata è quasi al buio, il resto dell’anno l’orario me lo dà l’alba.

Salgo in macchina e percorsi pochi metri mi fermo, mi siedo sul tetto di un capanno e guardo il sole sorgere. E lascio che quei colori mi accompagnino per il resto della giornata…