Mezzi di trasporto

Dopo aver scritto le mie impressioni nel post tempo, relative a come vivo il tempo ed alle sue reali caratteristiche, mi sono ritrovata spesso a rifletterci ancora. Tipicamente mi capita al mattino mentre sono a camminare con i cani e la mia testa non è ancora invasa da questioni di lavoro.

L’altra mattina riflettevo sul fatto che il nostro corpo è una sorta di “mezzo” che ci danno alla nascita (magari un po’ prima, ma alla nascita in genere è terminata la prima fase di costruzione che ci permette di uscire dalla “casa madre” pronti per le successive modifiche). Questo mezzo di trasporto ci permetterà di “attraversare” lo spazio e il tempo della nostra vita per un certo numero di anni, fintanto che, salvo imprevisti, l’usura del mezzo non sarà tale da impedirne il proseguimento. Durante questo periodo il mezzo subirà notevoli trasformazioni che permetterano al guidatore di fare esperienze diverse in funzione, anche, dell’età del mezzo.

Il punto di criticità, secondo me, sta nel fatto che il guidatore è chiuso dentro questo mezzo e ogni informazione che arriva dall’esterno è mediata dal mezzo stesso. Il guidatore sente e percepisce buona parte delle informazioni solo ed esclusivamente attraverso questo mezzo e questo lo porta ad identificarsi con esso, a pensare di essere esso stesso, il mezzo.

Ma di fatto, il guidatore non è il mezzo.

Allora provo a pensare al mio corpo come al mezzo dentro al quale, “io guidatore”, sto attraversando la mia vita. Attraverso il suo essere fatto di materia “viva”, questo mezzo, nel quale “io guidatore” sono incorporato, mi permette di sentire sensazioni fisiche, emozionali e pensieri. Tutte queste percezioni sono strettamente connesse alla materialità del mezzo al punto da far sì che, ad un certo punto, “io guidatore”, inizio a pensare di essere il mezzo.

Se immagino di osservare il mio corpo durante il percorso fatto fin qui nella mia vita, vedo che, in base ad una serie di leggi biologiche e fisiche, questo ha avuto uno sviluppo sequenziale nel corso del tempo.

Portare attenzione a quelle differenti età che simultaneamente sento convivere dentro di me, credo che abbia creato lo spazio per iniziare a vedere contemporaneamente il guidatore e il mezzo e finalmente, a brevissimi sprazzi, iniziare a dare ad ognuno le sue reali coordinate.

Allora, mentre il corpo vive il tempo secondo le leggi della biologia e della fisica alle quali è sottoposto a causa del suo essere costituito da un certo tipo di materia, il guidatore è finalmente libero di muoversi in quello spaziotempo in cui le leggi sono governate dalla fisica quantistica.

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Tempo

 

Ma passa poi veramente il tempo? O siamo noi che, in questa dimensione, lo viviamo come qualcosa di lineare?

E’ da un po’ di tempo che, con il tempo, sto cercando di conversare e di convincerlo a spiegarsi. Perchè a me capita di vivere come se avessi contemporaneamente diverse età e questa sensazione, di lineare, ha ben poco.

Certo, se ripenso alla mia vita, il tempo ha un andamento lineare e sequenziale. Però se poi osservo alcune parti di me è come se io risultassi essere l’insieme di tante età. In aspetti di me nei quali mi sento insicura, mi percepisco come una bimba che deve fare ancora molta strada per apparire, anche solo in minima parte, adulta.

In altri aspetti, dove magari in questi anni ho avuto modo di imparare e mi sento in grado di gestire le situazioni, dove sono più centrata e radicata, ho la sensazione di essere una persona più avanti con l’età.

Rispetto poi, alla voglia, al desiderio e alla necessità di imparare sempre cose nuove, mi sento come quando arrivi all’università e ti si apre un mondo che neppure immaginavi (o almeno per me, all’epoca, è stato così) e dove ogni cosa che vivi, senti e ascolti, cerchi di farla tua per il solo piacere di sapere e comprendere.

Molti di questi “svarioni” temporali sono legati agli stati emozionali e se chiudo gli occhi e sposto la mia attenzione da uno all’altro, mi sembra di essere in un tal turbinare di età, che il su menzionato tempo lineare è bello che dimenticato…

A dire il vero c’è un frangente in cui la mia età si fa sentire in tutto il suo “splendore”. Quando devo tagliare l’erba in giardino e mi carico in spalla il decespugliatore, la resistenza non è più quella di qualche anno fa e d’un tratto, senza peravviso, il corpo si stronca. A quel punto non resta che deporre il dece e nella mia mente si fa strada un detto che a Trieste si usa spesso… “Ciccio no xe per barca”…

Che sia giunto il tempo di far tagliare l’erba a qualcun altro?

Ritmi lenti

Anno strano, con un inizio che non vuole ingranare la marcia giusta. Poca voglia di scrivere e quasi nessuna di parlare. L’istrice che è in me si sta prendendo i suoi spazi.

Mi accorgo di aver bisogno di ritmi lenti, di permettermi momenti anche per piccole cose, come sedermi sul letto e passare del tempo a guardare fuori dalla finestra le cince, che si alternano alla ciotolina per prendere i semini di girasole.

Mi fanno una gran tenerezza questi uccellini. Quando arriva l’inverno per loro c’è la mangiatoia sul davanzale, da riempire con del cibo. E direi che apprezzano, tanto che in primavera ed estate rimangono attorno a casa e depongono le uova nelle due cassette nido che ho appeso, due anni fa, sulla parete esposta a nord. Quando nascono i piccoli, che si fanno sentire con i loro intensi ed incessanti pigolii, ognuno dei genitori fa fino a 350 viaggi al giorno per portare cibo al nido. In genere si tratta di bruchi o insettini vari che catturano vicino casa, liberando così il giardino e l’orto da insetti molesti.

Fermarmi ad osservare questi sprazzi di natura in cui abito e che avvolge e movimenta la vita quotidiana, mi aiuta a sentirmi, a placare il continuo parlottio interiore, per lasciare spazio al silenzio. Ed è un silenzio ristoratore.

 

Silenzio

 Gli eventi di questi giorni mi stanno facendo mancare le parole e sento solo il bisogno di silenzio e di lasciare che lo scorrere della Natura che mi circonda lo accompagni.

Stamattina l’alba.

 Stasera il tramonto.